L’avventura artistica di Massimo Rao comincia all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, a Benevento, in una mostra collettiva di giovani pittori sanniti. Il gallerista, venuto dalla Puglia a curiosare e, chi sa mai, a scoprire qualche giovane talento, notò subito le opere di quel timido studente che dipingeva soggetti accademici (nature morte, ritratti di fanciulle in pose liberty) con qualche concessione alla moda hippie del tempo (decorazioni floreali e capigliature cespugliose). <<Dove abita questo pittore?>>, chiese il gallerista. <<A San Salvatore Telesino, un paese a 30 km da qui>>, gli fu risposto. <<Accompagnatemi subito da lui!>>, fu il perentorio ordine di Michele Ladogana (il gallerista), che così fece conoscenza del giovane pittore e lo prese a lavorare per la sua galleria, in quel di Trani, organizzandogli le prime mostre personali e mandandolo all’Accademia di Venezia a perfezionarsi nelle arti grafiche.

Così cominciò la carriera di Massimo Rao, con l’intuizione di un gallerista perspicace, che seppe cogliere nelle opere acerbe di un giovane studente le impronte ancora confuse, le potenzialità del genio a venire. Senza Michele Ladogana non ci sarebbe stato Massimo Rao, o comunque il suo percorso artistico sarebbe stato diverso, forse nullo, e Massimo sarebbe rimasto un dilettante o sarebbe diventato un architetto svogliato, mediocre, con l’hobby, come si dice in questi casi, della pittura, un “pittore della domenica”, insomma.

Poi, a metà degli anni ’70, l’incontro, anche quello decisivo, con Klaus Romen ed il trasferimento a Bolzano, dove lavora per la galleria Leonardo  con il gallerista Sergio Fable.

Se mi soffermo su questi particolari biografici, è per due motivi: primo, render merito a chi ha “scoperto” Massimo Rao e a chi gli è stato vicino dall’inizio; secondo, far capire quanto la vita di un artista (ma in fondo di ciascuno di noi) dipenda da circostanze casuali, da incontri fortuiti che segnano per sempre il nostro destino.

Quanto poi all’arte di Massimo Rao, alla sua tecnica prodigiosa, molto è stato scritto negli anni e forse lui stesso, schivo ed ironico per natura, sarebbe infastidito da tutto questo clamore e da tutte queste “interpretazioni”.

In fondo, la vera Arte non ammicca allo spettatore, non ha “messaggi” di sorta da trasmettergli, piuttosto lo sorprende e lo stupisce. Questo stupore lo affranca per un momento (prezioso!) dal principio di necessità (le regole e gli affanni della vita quotidiana), producendo quello straniamento liberatorio che si consegue quando contempliamo la Bellezza. La vera Arte non ha bisogno di spiegazioni e dunque di competenze specifiche da parte di chi ne fruisce. <<La Bellezza è negli occhi di chi guarda>>, diceva Oscar Wilde. (Qualcuno potrà mai spiegarmi perché mi piace un certo oggetto, un certo paesaggio, un certo essere umano – piuttosto che un altro? credo di no).

La grande arte è sempre spontanea, a suo modo ingenua, frutto di istinto e non di calcolo. Non c’è niente di meno artistico dell’originalità ricercata a tutti i costi, per avere successo e far parlare di sé: a questo proposito, il filosofo Bertrand Russell parlava di <<… deliberato vandalismo che ignora la tradizione e, ricercando l’originalità, consegue soltanto l’eccentricità>>.

Oggi, a mio avviso, si tende a confondere l’arte con la provocazione. Chi è vero artista è anche (senza volerlo) un provocatore. Caravaggio, ai suoi tempi, “provocava” i contemporanei con il suo oltraggioso realismo e, tre secoli dopo, Gauguin scandalizzava i benpensanti parigini con i suoi fiumi rosa ed i Crocefissi gialli.

Purtroppo non è vero il contrario. Il provocatore non è necessariamente un artista, anche perché della pura e semplice provocazione siamo capaci (quasi) tutti, basta un po’ di fantasia (o di furbizia): metto qualcuno che assomiglia al papa in mutande, uno scatto  et voilà, divento subito un “artista” della fotografia di cui parlano i giornali. Si spaccia per arte quella che è solo provocazione, spesso di cattivo gusto oppure semplice creatività (altro vocabolo molto in voga, di cui è meglio diffidare). Per esempio, si prendono degli elastici colorati (sì, avete capito bene, dei banalissimi elastici di caucciù), si incollano su una tela e, miracolo, siamo in presenza di “un’ opera d’arte”, che viene esposta nei musei e riverita dai critici: l’arte ridotta a bricolage d’autore. <<Non comprate arte moderna, fatevela voi a casa>>, consigliava sbrigativamente Leo Longanesi.

Massimo Rao non ha mai usato queste scorciatoie: ha lavorato duramente, ha studiato per anni e anni in un apprendistato continuo (e senza frequentare influenti “parrocchie” politiche e/o artistiche) prima di diventare l’artista che adesso ammiriamo.

<<Il lavoro – scriveva nell’estate del 1985 – mi incatena… districarmi mi è difficile, troppo mi piace di esservi incatenato; nulla equivale al “piacere solitario” del dipingere>>. Con tutte le ansie e i dubbi di colui che vive, non solo di arte, ma per l’arte: <<mi rammarico, ora! di non aver visto Caravaggio – aggiungeva, sempre nella stessa lettera – ma ero saturo di immagini, di pittura, di viaggi, di gente, la sola idea di vedere quadri mi ripugnava… sono stato un mese senza toccare i pennelli >>.

Aristocratico (nel senso spirituale del termine), convinto che l’Arte potesse evitare, quantomeno ritardare l’incombente “inverno dello Spirito”, Massimo Rao era tanto orgoglioso da ignorare, a New York, i galleristi che lo tallonavano con le loro “proposte”, e tanto umile da allestire, ogni Natale, il presepe nella chiesetta di Pornello, dove viveva.

Gli esiti della sua arte sono inclassificabili per il sovrapporsi delle suggestioni e delle “citazioni”: le sibille contadine di Salvator Rosa, dagli occhi pieni di malizia e di presagi, i paesaggi lividi e tersi di Grünewald e van Eyck, i ritratti di Böcklin e David, le allucinazioni architettoniche di Piranesi e Monsu Desiderio…

Anche le sue letture riflettevano una curiosità inesausta, divorante, cifra di un modo di essere e non solo di dipingere, quasi fosse consapevole di non avere tempo, di non avere più molto tempo: Blixen e Yourcenar, “la metafisica dei maghi”, il misticismo di Guénon e Zolla, le meditazioni zen, Chatwin e Proust.

Il risultato di questo eclettismo pervasivo è uno stile affatto originale, lontano da ogni folklore, da ogni “localismo”: nei suoi quadri niente fienagioni né cavalcate campestri, come ci si aspetterebbe da un pittore “figurativo” sannita e per giunta così innamorato della sua terra. I personaggi di Massimo Rao sono al di là del Tempo e della Storia: <<le mie figure – scrive nel 1991 ad un gallerista – non fanno quasi mai nulla di preciso e riconoscibile, loro semplicemente sono…>>.

Non è un caso che l’ultima mostra allestita dall’artista (Università “Suor Orsola Benincasa”, Napoli, 1995) fosse dedicata alle “Utopie nel tempo”. Proprio come in Utopia, il Paese dove il Tempo è sospeso, dove tutto è e niente succede, i suoi personaggi  non agiscono: si limitano a vivere l’eternità del loro attimo con la rassegnazione di chi accetta di secondare un incantesimo.

Ad accentuare l’effetto onirico contribuisce l’androginia dei volti e dei corpi. Questi personaggi che abitano oltre le Porte della percezione (“né in cielo né in terra”) sono chimerici, irreali, quasi delle essenze metafisiche rivestite di sembianze umane: non partecipano della materia di cui è composta l’umanità e non sembrano condividerne i bisogni. Il sommo dell’arte è, secondo Winckelmann, “la dolce convessità” dell’androgino, partecipe di due nature, <<con meno risentimento dei muscoli e delle parti cartilaginose di quel che normalmente avviene nella breve gioventù nostra >>.

Terre di incantesimi al di là del tempo e dello spazio, dove il sogno della realtà si confonde con la realtà del sogno: è questa la dimensione di Utopia e della pittura di Massimo Rao – la terra incognita dove stilla “la quiete incantata dei papaveri”.

Valentino Petrucci


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