Poter scrivere di Massimo Rao in occasione di questo importantissimo evento, è particolarmente emozionante. Una Pinacoteca dedicata a quel grande maestro in pittura che è Rao nel suo paese di origine, San Salvatore Telesino, è un omaggio commovente, oltre che doveroso per far conoscere nel mondo la sua importanza e la sua genialità.

Massimo Rao su questa terra ha trascorso un’esistenza fugace. Nato nel ’50, è scomparso a soli 46 anni. Un percorso di vita molto breve, straziato da una brutta malattia. Questo è sicuramente uno dei motivi per i quali Massimo Rao, pur essendo uno dei maggiori artisti italiani del XX Secolo non sia affatto riconosciuto come tale, ma ancor di più perché, come spesso accade per i grandi maestri, egli era un artista solitario. Solitario perché usava rifugiarsi in luoghi dove il silenzio e la quiete erano i padroni incontrastati, luoghi lontani dalla vita frenetica e dal rumore assordante delle grandi città. Così il suo luogo natio. Così pure San Venanzo in Umbria dove visse per un lungo periodo in un bellissimo, ma remoto, casolare in pietra, tra le rose e le piante che amava coltivare. Tutti luoghi isolati dove era possibile meditare ed essere in stretto contatto con il sé interiore. Massimo Rao era solitario anche perché non seguiva facili mode, né frequentava alcuna conventicola artistica. Restava lontano dalle scene affollate. Ma ancor di più possiamo definirlo solitario perché non è possibile paragonarlo a nessun altro artista, né del passato, né tanto meno a lui contemporaneo. Prediligeva sicuramente i pittori del Seicento, Caravaggio, Pontormo, ma anche Rembrandt, David e Casper Friedrich, così come ammirava Böcklin. Andava sovente a visitar musei e rimaneva incantato da questi grandi maestri che gli si imprimevano indelebili nella mente e nell’anima. Ma la sua era una pittura intima e personale. Sin da giovanissimo i disegni, così come le incisioni o i dipinti, muovevano da quel mondo infinito, intenso e profondo, che era racchiuso dentro di lui. Rao usava il disegno con maestria singolare e si avvertiva in lui l’urgenza del disegnare. Il tratto sulla carta per lui era il viatico per esprimere quello che il suo spirito e la sua sensibilità gli dettavano e per rendere naturale “quel sovrannaturale che gli si era mostrato una volta”, come lui stesso raccontava nelle sue prime note biografiche.

E’ senz’alto straordinaria la descrizione della personalità di Massimo Rao fatta dal professor Janus (1) : “Quando l’ho conosciuto nel 1991, ad Aosta, in occasione di una sua esposizione personale che gli avevo proposto alla Tour Fromage, intitolata “Notturno in un interno”, a cura di Rossana Bossaglia, ho avuto l’impressione che fosse nato insieme alla sua pittura, che dipingesse per sentirsi vivere, per poter meglio discorrere con la sua anima, che vivesse perché la sua pittura potesse condurlo nelle strade della conoscenza, che mente e corpo fossero integralmente fatti di pittura, d’un caldo pigmento, persino un po’ afrodisiaco, che i suoi occhi inquieti fossero pittura e colore, che la pittura avesse immediatamente invaso il suo corpo, che il suo corpo fosse uscito non dalla terra, ma dal fluido scorrere dei colori sulla tela, come se in realtà fosse un fantasma, un’apparizione che di tanto in tanto si dissolveva mentre gli parlavo, e allora diventava silenzioso, si scomponeva nelle miriadi delle sue molecole. Dove andasse in quei momenti non era possibile dirlo o indovinarlo, ma probabilmente rientrava entro il guscio della sua pittura come fosse un’antica testuggine. Si nascondeva dentro la  pelle della sua pittura, poiché la superficie dei suoi quadri può essere paragonata ad una delicatissima, trasparente epidermide, ad una straordinaria ragnatela fatta di fili invisibili. Non so quanto il momento tragico della verità si è fatto strada nella sua anima: forse esisteva da sempre, forse era apparso come una specie di miracolo, di rivelazione mistica, direi persino di abnegazione, come un uomo che volontariamente volesse sprofondare nel fondo di un lago. Mi sembrava nello stesso tempo lontanissimo e vicinissimo come se andasse a cercare la pittura in qualche luogo remotissimo, dentro la fessura di un muro, dentro il calice di un fiore, dentro un raggio di luce, che fosse vicino nel momento in cui scompariva, che fosse lontano nel momento in cui appariva; vicino perché la sua pittura lo seguiva passo dopo passo come un’ombra, lontano perché sembrava sempre che erigesse una torre intorno a sé. In realtà dipingeva come se dovesse portare sempre alla luce qualche tesoro nascosto sotto terra o tra le rocce, qualche cosa di impalpabile e di vivo come un’anguilla o una lucertola, quasi sicuramente l’aspirazione alla purezza, poiché proprio questo era il sigillo fatale del suo dipingere, e forse del suo vivere, come se dovesse sempre sbarazzarsi del suo corpo, cioè della materia, ed ogni forma dovesse sempre diventare trasparente, una striatura su un antico muro, una macchia di colore che lasciava intravedere un volto umano, quasi una tiepida “roccia di rugiada.”

C’era una simbiosi fuori dal comune tra l’artista e le sue opere, un fluttuare perenne tra la personalità di Rao e quello a cui ha dato luce. Rao era completamente se stesso nel momento in cui dipingeva, anche quando lo faceva solo per tenersi in esercizio. In quei momenti riusciva a leggere nella profondità della sua anima. Aveva visioni alchemiche che sapeva trasferire sulla carta o sulla tela, creando scenari fantastici e personaggi sublimi. E a loro volta questi personaggi, emersi dal mondo dei sogni e della psiche, una volta assunta forma, iniziavano a vivere di vita propria; iniziavano a risplender di luce propria. E’ difficile trovare nel mondo dell’arte una correlazione così stretta tra l’artefice e le sue creature, una interdipendenza viscerale tra l’essere e il dipingere, tra la materia corporea e quella dei sogni e delle visioni. Le parole del professor Janus mi hanno sempre colpito, perché è la stessa esperienza che ho provato pur non avendo avuto la fortuna di conoscere personalmente Rao. Nel 2004 ho curato ed organizzato un’importante personale al Panorama Museum di Bad Frankenhausen in Germania (2). Una mostra fortemente voluta dal direttore Gerd Lindner, che aveva da sempre trovato geniali le opere dall’artista campano. Un percorso espositivo che annoverava 80 opere, tra dipinti, disegni, incisioni, acquerelli e libri d’artista, la cui realizzazione richiese più di due anni di lavoro, durante i quali fui doviziosamente supportata da Klaus Romen, compagno di viaggio e di vita di Rao, che qui mi piace ricordare per la sua dedizione, particolare attenzione, amorevole cura. Senza di lui sarebbe stato impossibile raggiungere il successo che poi la mostra ottenne. Mentre organizzavo quell’evento espositivo ebbi chiaramente l’impressione che i quadri di Rao fossero vivi. Quelle anime vagolanti dipinte sulla tela mi parlavano. Sentivo e avvertivo il loro brontolio, i loro rantoli, i loro tormenti, così come le loro ammonizioni. E ancor di più le diverse voci, diventavano spesso un’unica voce. I diversi volti diventavano un unico volto e confondevo i quadri con le pose fotografiche dell’artista. Personaggi del tutto singolari, che hanno bussato implacabili alle porte dell’inconscio dell’artista per essere rappresentati sulla tela e avere così la vita eterna. E delle emozioni forti provo, ogni volta che guardo i suoi dipinti, anche se solo attraverso le immagini dei cataloghi. A volte sento proprio la necessità impellente di tornare a vedere quei cataloghi, di sfogliarli avidamente. Ed ho un sussulto dell’anima. Come se Rao mi consentisse di passare, accompagnandomi con la sua arte, attraverso luoghi sconosciuti.

Adoro le sue opere giovanili, quando l’abilità pittorica  si combinava a visioni di racconti fantastici, quando l’estro si armonizzava con una colta ironia. Drappeggi voluminosi, parrucche incolte, quasi bozze di bislacche rappresentazioni teatrali. Mai una sbavatura, mai una ridondanza. Nella semplicità delle scene egli sapeva cogliere tutti i tratti essenziali. Tra gli anni ’70 e la metà degli ’80 Rao si sentiva come una marionetta ribelle. Avvertiva forte il desiderio di spezzare i fili invisibili che lo tenevano legato e lo facevano muovere a comando, come lui stesso scriveva in quegli anni. Sapeva che la vita reale è pura finzione e allora si inventava delle maschere, così con la finzione di recitare, poteva finalmente essere se stesso(3).

Diverse sono le costanti della pittura di Rao nel corso del tempo. Primo fra tutti i personaggi da lui immaginati ed in particolar modo i loro volti. Volti melanconici, dallo sguardo mesto, coscienti del destino dell’uomo. E ancora la luce che illumina i suoi quadri ha sovente un taglio crepuscolare, la luce dell’ora del tramonto, del confine tra il giorno e la notte, il momento più importante per poter meditare e raccogliere i pensieri. Ed infine lei, la protagonista indiscussa delle opere di Rao, sempre presente: la Luna. Nella tradizione iconografica è simbolo di cognizione riflessiva, dell’inconscio e della memoria. La luna per Rao, è come una presenza materna che veglia mentre i suoi figli dormono. Alla Luna si possono confidare i propri pensieri e le proprie angosce e lei, come una madre attenta e premurosa,  consiglia e consola.

Come dicevamo poc’anzi parlando della fusione tra l’artista e la sua pittura, il percorso di vita di Rao sembra coincidere perfettamente con il suo percorso artistico. Ad una prima fase giovanile, più ironica, ne segue una seconda più profonda ed intensa, per poi procedere con la terza ultima, e dolorosa, fase. I personaggi di Rao vagano per paesaggi lunari. Su terra brulla e rocciosa muovono i loro passi con angoscia e fatica. I loro vestiti sono essenziali, lunghi teli li avvolgono. Non sono né uomini né donne, né vecchi, né giovani: essi sono. Sono con il loro fardello sulle spalle, carico di solitudine e melanconia. Il loro è il percorso del viandante, o meglio ancora del pellegrino, costretto sulla terra del “non dove” a vagare inesorabile. Personaggi che rappresentano tutta la vulnerabilità dell’essere umano, che in compagnia di tormento e lanterna, con le loro piccolezze umane e alla luce fioca della speranza, si trascinano nel percorso fluttuante della vita. E loro stessi, nati dalla pennellata dell’artista, fluttuano sulle tele come se fossero in nessun luogo, in nessuna delle sette parti della terra, né in cielo…né in terra, eppur ovunque e sempre. E ancora oggi vagano per terre brulle, solitari nel loro andare.

 

Note :

(1)  Janus, Massimo Rao. L’eternità: l’inizio, la fine. Catalogo mostra Panorama Museum, 2004

(2)  Rosaria Fabrizio, Veniva da Saturno e la sua casa era la Luna; Gerd Lindner/Rosaria Fabrizio, Il volto dell’anima; Klaus Romen, Frammenti e ricordi. Catalogo mostra Massimo Rao, Panorama Museum, 2004

(3)  Sono una marionetta ribelle, Massimo Rao, 1975

 

Firenze, 15 giugno 2012

(Testo per il catalogo della Pinacoteca di San Salvatore Telesino)


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